Che si tratti di workshop, colloqui di mediazione o eventi con grandi gruppi, una moderazione professionale è decisiva per il successo dei processi di dialogo. Ma cosa distingue una buona moderazione dalla semplice conduzione di una conversazione? Quali sono gli errori più comuni? E quali le insidie tipiche?
In questa intervista a Sabine Volgger, socia di clavis ed esperta moderatrice, parliamo di attitudine, preparazione, ostacoli e di ciò che conta davvero in una moderazione professionale.
Sabine, alla luce della tua esperienza sai bene cosa serva per offrire una moderazione professionale: qual è l’aspetto per te più importante?
Particolarmente importante è l’attitudine, ossia la consapevolezza del proprio ruolo. Chi modera in modo professionale assume un ruolo di mediazione: si assicura che tutte le persone coinvolte vengano ascoltate, che abbiano la stessa possibilità di esprimersi e che lavorino insieme per raggiungere un obiettivo chiaro. Allo stesso tempo bisogna mantenere la visione d’insieme: cosa è già stato ottenuto? Cosa resta da affrontare? Quali domande restano ancora aperte?
Una delle sfide più grandi nella moderazione professionale è rimanere neutrali, o ancora meglio: super partes. Come moderatrice non posso perseguire alcun obiettivo personale riguardo al risultato. Devo però avere un forte interesse affinché il processo si svolga in modo costruttivo e orientato alla soluzione.

Quanto è importante la preparazione e come procedi concretamente?
La preparazione è essenziale e dipende dal format. I requisiti cambiano a seconda che io stia moderando un workshop con un piccolo gruppo o accompagnando un colloquio di risoluzione di un conflitto o ancora conducendo un grande evento. C’è un’immensa differenza tra il limitarsi a guidare un programma e il moderare elementi interattivi. La moderazione non è tutta uguale.
Prendiamo l’esempio del workshop: come ti prepari in questo caso?
Per prima cosa faccio chiarezza su quale sia l’obiettivo e cosa si voglia ottenere concretamente. Poi si tratta di comprendere i contenuti e pianificare lo svolgimento in modo strategico. Le domande centrali sono:
- Come strutturo il workshop affinché l’obiettivo possa essere raggiunto?
- Quali setting e format interattivi sono adatti (ad esempio piccoli gruppi, triadi, discussione in plenaria)?
- In che modo documentiamo i risultati e i feedback?
- Quali processi della dinamica di gruppo possiamo attenderci o stimolare?
- Come articolare il cronoprogramma, pause incluse?
- I partecipanti si conoscono tra loro? Come impostare introduzione e conclusione?
Alla fine tutti dovrebbero sapere cosa è stato deciso, cosa resta da fare e chi si assume le varie responsabilità.
La partecipazione gioca un ruolo centrale in molti format. Cosa caratterizza, in ultima analisi, un buon coinvolgimento?
Partecipazione significa delegare responsabilità. Riguarda lo spazio d’azione che viene concesso a un gruppo e questo deve essere chiaro fin dall’inizio.
È il gruppo a decidere come procedere ulteriormente? Deve sviluppare delle varianti tra cui un organo decisionale sceglierà? Deve fornire un feedback sulla fattibilità quotidiana di idee già esistenti? Questi paletti devono essere comunicati apertamente.
Moderazione professionale significa rendere trasparente questo spazio di manovra e creare aspettative realistiche. Se lo spazio è molto ristretto, si tratta più di riflessione o consulenza che di vera partecipazione. Una partecipazione autentica include sempre la co-decisione: cosa che, tuttavia, accade piuttosto raramente.
Un esempio: nei processi di sviluppo urbano la conoscenza della popolazione locale può offrire un contributo prezioso. Ma l’elemento decisivo è che, in seguito, venga restituito quali input siano confluiti nella pianificazione e perché determinate proposte non siano state attuate. Solo così nasce un vero dialogo.
Come ho detto, la moderazione professionale è molto più del semplice gestire un incontro: è l’accompagnamento di un processo.

Quali altri ostacoli incontri nella pratica della moderazione?
Un errore comune è dare più spazio alle persone che si propongono in modo forte e chiaro. In questo modo non si sfrutta l’intero potenziale del gruppo o di tutti gli individui presenti.
Cosa aiuta a includere tutti?
I format in piccoli gruppi sono utili: per molti è più facile esporre la propria prospettiva in un contesto ristretto. Anche in plenaria si possono invitare tutti a contribuire in modo mirato. L’importante è non frenare i partecipanti attivi, ma rafforzare in modo complementare gli altri; ad esempio attraverso domande specifiche o setting adeguati.
Quali altre sfide ci sono nella moderazione?
Le aspettative diverse sono all’ordine del giorno. Anche se lo spazio d’azione è stato comunicato in anticipo, alcuni partecipanti cercano di ampliarlo. Qui è di aiuto una sola cosa: fare chiarezza prima di proseguire con i contenuti. Soprattutto nei format volontari, può capitare che qualcuno si chiami fuori con frasi del tipo: “se non posso decidere, me ne vado”.
Anche i conflitti all’interno del gruppo sono impegnativi, in particolare nel caso in cui si presentino contrasti ideologici. Lì è compito del moderatore riportare costantemente il focus sul tema effettivo e stabilizzare il gruppo dal punto di vista strutturale.
Secondo te quando si rende necessaria una moderazione professionale?
Sinceramente? Sempre. La moderazione professionale garantisce struttura, chiarezza e un dialogo alla pari, riduce il rischio che le conversazioni degenerino o finiscano in vicoli ciechi, facendo invece spazio a un lavoro produttivo.
